Franco Albini

FrancoAlbiniAlbini è uno dei più grandi maestri dell’architettura italiana e uno dei primi protagonisti del design moderno.
Architetto e progettista dall’indole silenziosa e perfezionista, persegue una fede quasi mistica nel ruolo sociale della sua professione e si connota come architetto della leggerezza, delle linee ferme, semplici e correttissime poiché, come egli stesso afferma, “sono i vuoti che occorre costruire, essendo aria e luce i materiali da costruzione”.

Si laurea nel 1929 alla Facoltà di Architettura del Politecnico di Milano e inizia l’attività professionale nello studio di Gio Ponti ed Emilio Lancia, prima di aprire un proprio studio nel 1931 con Renato Camus e Giancarlo Palanti. Inizia con loro ad occuparsi di edilizia popolare partecipando al concor- so per il quartiere Baracca a Milano (1932) e realizzando poi i quartieri dell’IFACP milanese Fabio Filzi (1936-38), Gabriele D’Annunzio (1938-40) e Ettore Ponti (1939), strutturati disponendo i corpi di fabbrica equidistanti tra loro e allineati secondo l’asse eliotermico affinché aria, luce e verde possa- no irrompere nel quartiere.
Il sogno di un’arte e un’architettura per tutti, ridotta all’essenziale e ridotta al minimo possibile, è concetto che Albini esprime in ogni settore e momento del suo operato, dai progetti delle case popolari sino agli allestimenti temporanei delle Triennali.

Nella “Mostra dell’abitazione” del 1936 affronta il tema dell’existenzminimum: nella sua “Stanza per un uomo”, la perfetta economia degli spazi è resa attraverso filiformi geometrie.
Nel corso degli anni Trenta gli allestimenti alla Triennale e i padiglioni temporanei sono le palestre che gli permettono di sperimentare sempre nuove soluzioni quali la straordinaria invenzione del controsoffitto forato del padiglione Montecatini alla Fiera di Milano del 1940.
Insieme al gruppo degli architetti milanesi elabora il progetto “Milano Verde” – proposta per il piano regolatore di Milano della zona Sempione Fiera – e, nel 1945, il piano AR per Milano e la Lombardia. Nel 1946 dirige insieme a Giancarlo Palanti la rivista “Casabella Costruzioni”.
Albini adempie al suo impegno civile assumendo anche incarichi istituzionali. È membro del CIAM (Congresso Internazionale Architettura Moderna), dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica), Acca- demico di San Luca, Socio onorario dell’AIA (American Institute of Architects) e membro dell’istituto scientifico del CNR (Centro Nazionale Ricerche) per la sezione museografia. A lui si deve la fonda- zione del MSA (Movimento di studi per l’architettura), considerato il cenacolo degli architetti razio- nalisti in cui sarà discusso uno dei temi portanti dell’architettura del dopoguerra, quello della “tra- dizione”.

1945-77

Le opportunità offerte dalla ricostruzione nel dopoguerra ampliano la gamma di interessi di Albini, che arricchisce il proprio studio di competenze e sensibilità nuove e preziose con l’associazione di Franca Helg nel 1951.
Il filo conduttore della metodologia di Albini è il metodo di scomposizione-ricomposizione che inve- ste tutti i settori di intervento dello studio, dall’edilizia popolare al design.
Albini continua la sperimentazione sulle tipologie edilizie e sulla semplificazione dei materiali da costruzione. Analizza le componenti volumetriche, scomponendole e riaggregandole in un assetto completamente nuovo e sempre più articolato. Attraverso questo processo di scomposizione, Albini rende esplicito il processo di analisi evidenziando i collegamenti, le colonne di alloggi e le scale che assumono autonomia propria. Tracce di questo procedimento si ritrovano nel lavoro sulle case popolari del quartiere Mangiagalli (1959-52), la casa per lavoratori INCIS a Vialba (1951-53), la casa per impiegati del Grès a Colognola (1954-56), l’albergo Pirovano a Cervinia (1848-52), il progetto della villa Olivetti a Ivrea (1955-58).
Albini condivide un rinnovato interesse per la tradizione come valore da reintrepretare per crearne una nuova. La tradizione è il filo rosso che collega interventi come il Pirovano che reinterpreta l’architettura alpina, l’edificio INA a Parma che riprende l’architettura romanica della città, la Rina- scente a Roma che richiama sia i palazzi rinascimentali sia le mura aureliane.

Se a Milano, sua città adottiva, Albini lascia il proprio segno con la Metropolitana (1962-64), che con- nota con elementi di immediata riconoscibilità per garantire l’orientamento del fruitore, è Genova che gli offre la possibilità di operare con continuità su varie scale.
Qui, nel rinnovo di Palazzo Bianco (1949-51) e Palazzo Rosso (1952-62), e nella creazione del nuovo Museo del Tesoro di San Lorenzo (1952-56), Albini innova profondamente le tecniche espositive e le attrezzature, proponendo una concezione educativa del museo.
I musei di Albini – con quelli dei BBPR, di Scarpa e di Gardella – sono tra gli esempi più alti della museografia italiana del dopoguerra.
Dal 1949 al 1974 è professore nelle Università di architettura di Venezia (49-54), Torino (55-64) e Milano (dal 64 in poi).
Vince il premio Compasso d’Oro per la sedia Luisa nel ‘55, il premio Olivetti per l’architettura nel ‘57. Riceve il gran premio Nazionale “La Rinascente – Compasso d’oro” nel ‘63 e ancora il premio “La Rinascente – Compasso d’oro” per la Metropolitana Milanese nel ‘64 (con Franca Helg).
La produzione di Albini rimane, fra i contemporanei, quella più intellettualmente costruita: là dove tutti si aspettano il movimento c’è la stasi; dove il peso raggiunge la sua massima tensione, ecco un elemento a trazione; gli oggetti grandi sono molto leggeri, quelli piccoli straordinariamente pesanti.